La taverna del tarlo

Taverna dalle finestre illuminate sulla riva di uno stagno, fra due torce accese; sopra, nella corteccia, le sagome di un grosso gatto e di un gufo dagli occhi lucenti

Testo completo

I.

Irresponsabile.

Quella parola riaffiora come muffa sui muri umidi ogni volta che chiude gli occhi.

Si gira su un fianco… torna supino. A ogni movimento le lenzuola gli si avvinghiano sempre di più alle gambe.

La smorfia che ha fatto poi, peggiore dell’insinuazione.

Mentre rimugina sulla discussione guarda fuori dalla finestra aperta.

È notte fonda e la sua inquietudine sta facendo compagnia ai gufi, i cui sguardi avevano un nome.

Se anche avesse ragione… e non ce l’ha. Che motivo c’era di atteggiarsi in quel modo…

Nella stanza la luce fioca della luna illumina il corpo accaldato; l’aria è ferma, lui no.

«Cosa vuoi? Hai intenzione di fissarmi tutta la notte?»
L’animale, dal ramo, inclina la testa.

È tutto stretto qui dentro, ho bisogno di uscire.

Con una contrazione improvvisa dei muscoli scende dal letto, afferra la maglietta e i pantaloncini dalla sedia e si veste come un fuggitivo. Indossa le scarpe sportive, una sistemata veloce con le mani ai capelli e, di fronte alla porta, prende dalla cassettina le chiavi. Il ciondolo di legno intarsiato — un piccolo gatto seduto — gli si avvolge a un dito.

Gliel’aveva fatto lei.

Oggi sei ovunque.

Uscito di casa prende la bicicletta. Nell’afferrare il manubrio il ciondolo si impiglia nel campanello; con un movimento involontario lo strappa. Cade.

Rimane sospeso per qualche secondo, impassibile. Lo lascia lì.

Pedalando si allontana.


La bicicletta si muove veloce.
Le spinte a strappo sui pedali sono accompagnate ogni volta da una stretta di denti.

Estratti della serata sobbollono dietro la fronte bruciandogli le meningi.

Non ha una meta, solo il piccolo corso d’acqua che lo affianca dal basso della strada sterrata.

Le espressioni di lei gli graffiano le guance.

La luna, a ogni svolta, danza nel cielo. Illumina il ruscello, si nasconde tra le foglie, scompare.

Nel buio fatica a riconoscere le sagome. Rallenta. Si ferma.

Si guarda attorno; sa dove si trova ma non quanta strada abbia percorso.

Alcune persone in lontananza attirano la sua attenzione… poi più nulla.

Nella stessa direzione ci sono dei bagliori.
Cerca in alto ma non vengono dal cielo.
Le ombre volteggiano al ritmo del vento; un alito di fumo si mescola nell’aria.

Spalanca gli occhi, scende dalla bicicletta con foga; goffo, perde l’equilibrio e si assesta saltellando su un piede. Stringendo forte i pugni fissa il vuoto per qualche respiro.

Il petto si svuota, è pesante.

A capo chino si gira, sta per rimontare in sella…

Irresponsabile!

Quell’urlo silenzioso lo gela; il cuore perde un battito che ritrova in gola.

Con le mani tremolanti si sorregge al sellino, sospira.

Si incammina con la bici a mano verso la sua paura.


Gli alberi coprono la curva; da dietro la luce è forte, tra i rami si intravedono le fiamme.

I passi si accorciano assieme al respiro.

Costeggia le piante, si ferma.

Le spalle scendono, la fronte perde le rughe. Sospira.

Tra la strada e il piccolo torrente c’è una taverna. Di fronte, ai lati, due fiaccole che sembrano giganti che urlano alla notte. Nella facciata un basso soppalco con una staccionata porta all’ingresso. Tutta la struttura è in legno di castagno, consumato ma dal colore ben acceso.

È lì da quando il paese ha memoria, ma lui non l’aveva mai vista di notte e mai vi aveva prestato attenzione di giorno.

Fuori non c’è nessuno; dalle grandi finestre si intravede un salone unico, spazioso, con il bancone al centro.

Si dicono cose che non vorresti sapere.

Il proprietario, con la barba dello stesso colore del legno, sta asciugando un boccale.

I clienti sono abituali, tornano spesso.

Ai tavoli ci sono poche persone: molte da sole, qualche coppia di uomini, una sola donna.

Appoggia la bicicletta a un tronco, osserva l’esterno.

Le frasi di paese, ricordate all’improvviso, si mescolano ai pensieri.

Il proprietario alza la testa, lo vede.
Se ne accorge.

Un fremito leggero lo percorre.

Con una mano liscia la maglia, si avvia verso l’entrata.


Il portone è pesante. Entrando lo lascia andare alle spalle.

Lancia una rapida occhiata in giro: non è affollato; a un lato del bancone c’è una donna che fuma mentre legge dei foglietti malconci.

Si avvicina all’altro lato, cerca con lo sguardo l’uomo che continua ad asciugare boccali, si siede senza averlo attirato.

Aggiusta lo sgabello, appoggia le braccia al banco. Con una leggera pressione delle dita segue le venature color miele del legno.

La quiete educata dell’ambiente gli viene disturbata dall’odore sgarbato del sigaro della donna.

La esamina attentamente.

La pelle ruvida e i capelli disordinati tradiscono l’età; cerca negli occhi qualche indizio, nelle mani… solo usura.

Lei continua a leggere i suoi appunti, non si muove, non sbatte le palpebre, soltanto qualche boccata al mozzicone di sigaro aromatizzato.

«L’orario mi suggerisce che vuoi qualcosa di forte.»

L’uomo lo distoglie da quei pensieri.

«In realtà no, ma pensandoci bene non mi dispiacerebbe. Scegli tu; niente di troppo secco.»

Una risata carica di malto tuona in un angolo.

Col sopracciglio alzato cerca chi ha regalato un attimo di allegria. Due uomini, giovani quanto sovrappeso, si battono pacche su una spalla. Un angolo della sua bocca accenna un sorriso.

«Questo è arrivato oggi.»
L’uomo appoggia un bicchiere e lo fa scivolare verso di lui.

«Non è fortissimo, ma è traditore.»

Lo prende con una mano, avvicina al bordo la punta del naso, accenna un respiro… caramello.

Con il polso esegue un paio di movimenti circolari; il liquido ambrato non è denso. Appoggia le labbra e con una generosa boccata ne fa sparire un buon quarto. La nota dolce con le unghie lunghe non tarda a risalire e graffiare la gola. Con la bocca chiusa espelle tutto dal naso; l’educazione gli sta solo prolungando l’agonia.

Con entrambe le mani posa il bicchiere.

Il gusto delicato è arrivato alle narici coprendo tutti gli altri odori; si sporge verso l’altro lato del salone per ritrovare il profumo del sigaro, ma non c’è più nessuno.

L’orologio al centro della parete segna un orario che difficilmente aveva visto di notte.

Comprensibile che siano andati via. Dovrei farlo anche io.

«Sei un curioso, vero?»
È la donna, in piedi, poco dietro di lui.

«Non capisco.»
Risponde girandosi, sempre seduto.

«Hai studiato tutto e tutti, mi hai fissata a lungo, hai annusato il bicchiere.»

«Non intendevo essere indiscreto.»

«Qui, se cerchi, rischi di trovare davvero.»
Dice mettendo i foglietti in tasca.

Svuotato da una conversazione su cui aveva riposto speranze diverse, si riappoggia al bancone. Con un gesto rapido butta giù quello che gli rimane e mentre lotta contro i fumi sente il tonfo sordo del portone.

Sono rimasti lui e l’uomo dei boccali. Si sorridono.


Esce senza salutare.

L’aria è più fredda di quando era arrivato, ma il traditore lo scalda da dentro.

Riprende la bicicletta, non va più di corsa.

In cerca di nulla rientra in casa, senza accendere la luce.


II.

Il sole cade dritto sulla fronte.

Con le mani in tasca e stropicciato da una notte troppo lunga si guarda attorno, in cerca di qualcosa da mangiare.

Un banchetto espone carni e verdure; un cartello scritto a mano invita a scegliere quello che si preferisce.

Si ferma davanti alla scritta, la legge due volte, poi si sposta di fronte ai cestini pieni.

«Scegli con calma; quando hai deciso fammi sapere.»
Dice il venditore, armeggiando con coltello e acciaino.

Incrocia le braccia al petto.
Con gli occhi strizzati passa in rassegna la scelta, combina i cibi con la mente; un respiro profondo, poi un altro giro d’ispezione.

«Qui ce la puoi fare, è semplice. Al massimo sbagli abbinamento.»

Prima di voltarsi l’aveva già riconosciuta, non dalla voce.

È lei. Lo osserva con la testa leggermente inclinata, la bocca tirata.

«Vorrei questo e quello lì, nell’angolo.»
Chiede puntando il dito sulle prime cose a caso.

«Sediamoci là; ti faccio compagnia.»
Dice indicando un tavolo di legno unito alle panche.

«Per qualche giorno non ci vedremo; almeno stiamo un po’ insieme adesso.»
Continua sorridendo e andandosi a sedere.

Lui prende il sacchetto di carta ancora caldo, la raggiunge.

La giacca è scomoda; svuota le tasche appoggiando le chiavi e il pranzo, la toglie, si siede.

Lei squadra le sue cose, immobile e impassibile per tre rintocchi di un orologio che sembrava guasto; poi cerca i suoi occhi.
Lui abbassa lo sguardo senza darle il tempo di incrociarlo e strappa la carta per raggiungere il contenuto.

«Hai ripensato a quello che ti ho detto ieri?»
Incalza lei.

«Più di quanto credi, ma non nel modo in cui ti aspetti.»

«Hai pensato più a me che alle mie parole.»

«Significa che hai sbagliato il modo.»

«Significa che ho ragione.»

Il suo masticare meccanico non lo allieta con nessun sapore.

«Cosa pensi di fare? Voglio saperlo adesso.»
Continua lei.

«Quando tornerai avrò deciso. Promesso.»

«Augurati che non sia troppo tardi.»

Si alza con calma, si sistema il colbacco, si allontana.

Lui la spia andare via, richiude il sacchetto, si rimette la giacca per calmare i brividi. Non serve.


Alcune immagini si ripresentano insistenti nella sua testa: lei che fissa le chiavi; sempre lei di spalle che si allontana; lui che si perde nel vuoto della sua ombra.
Le frasi invece gli riempiono le orecchie. Le insinuazioni, le affermazioni che odoravano tremendamente di minaccia, persino il suono sordo del suo masticare che rimbombava dal palato.

Pieno zeppo — non del suo pranzo — si incammina.

Ripassando davanti alla bancarella nota quello che aveva preso poco prima; una smorfia gli deforma la faccia, uno sbuffo forte esplode dal naso alla vista di alcuni cestini dall’aspetto nettamente più invitante.

Un alito di caffè nell’aria si trasforma prepotente in una figura che prende il posto di tutte le altre nella sua mente.

Caffè! Certo!
Finalmente riconosciuto l’aroma misterioso del sigaro alla taverna, vede la donna seduta al tavolo di legno; il tavolo muta in bancone.

Da questo momento il dialogo avuto con lei non puzza più di fumo.


III.

Il sole non illumina più, ma non ce n’è bisogno.

Chiude gli occhi: è tutto nitido, brillante.

Un formicolio fa prudere le mani; leggeri spasmi alle gambe sono accompagnati da sorrisi accennati.

Il gufo è ancora lì, sullo stesso ramo, nella stessa posa.

Lo scorge, vola via.

Già vestito esce, scende i gradini due alla volta come non faceva da quando era bambino e l’ultimo lo salta a piedi pari atterrando sul terreno. Fa due passi, pesta il ciondolo, si avvia spedito.

Il corso d’acqua stasera è vivace; batte sulle pietre schizzandolo a tratti.
Con le mani in tasca e i gomiti un po’ chiusi si difende dall’aria frizzante, ma il tragitto è stato divorato prima che l’umidità entrasse in contatto con la pelle.

È fuori dalla taverna, accanto all’albero dove aveva appoggiato la bicicletta la sera prima.

All’interno l’uomo al bancone porta qualcosa ai tavoli; la coppia di amici dalla risata grassa si dà già pacche sulle spalle e lei legge, nello stesso posto.

Senza soffermarsi oltre si aggiusta velocemente i capelli ai lati, entra.


L’uomo lo saluta con un cenno del capo; lui ricambia e si dirige dritto al banco puntando lo sgabello della sera precedente. Appoggia una mano sulla seduta, lancia una rapida occhiata verso la donna che resta china sui suoi appunti, si avvicina di qualche posto, si siede rumorosamente.

«È presto per qualcosa di serio?»
Ironizza il proprietario.

«No, è il momento migliore. Quello di ieri è perfetto.»
Risponde picchiettando i pollici.

Qualche ticchettio dell’orologio e l’uomo gli porge il bicchiere.
Lo afferra, ne ispeziona l’interno. Oggi riempito di più.

«Non sei curioso, ma sei tornato…»
Dice lei senza girarsi.

«Lo ammetto.»
Risponde sbirciandole i fogli tra le mani.

«Cosa stai cercando?»

«Cosa posso trovare?»

La donna alza la testa e aggancia i suoi occhi. Scende dallo sgabello e si avvicina; prende il bicchiere, ne beve un sorso. Lo riappoggia tra le mani di lui e con l’espressione scura si siede accanto.

«Puoi trovare una data… quella importante.»

Si ritrae su se stesso, si sgancia da lei, gli occhi sulle ginocchia.

«Il resto è affar tuo.»
Incalza.

Una vampata gli inumidisce la schiena; la seduta è spinosa, sistema il sedere più volte per trovare la posizione.

Lei porta il sigaro alla bocca, torna dov’era, riprende i foglietti.

L’uomo è tornato dietro al bancone. Si incrociano di sfuggita.

Il sudore raffredda sotto la maglia; il silenzio comprime il petto.

Con gli angoli della bocca riversi si dirige verso la porta pesante. La schiena della donna si riflette nel vetro. La intravede, afferra la maniglia. Esce. La porta si appoggia senza chiudersi.


Raggiunge l’albero, cerca la bicicletta che non c’è, si volta, guarda dentro.

La luce delle fiaccole illumina tutto, troppo.

Si sposta di qualche passo, ripercorre la curva che conduce al sentiero per casa. L’aria è più fresca; nel silenzio sente meglio i propri rumori. Un masso levigato e piatto, a bordo strada, sembrava fosse lì ad aspettarlo. Lo accarezza con la mano, è asciutto, si siede.

Con le tempie tra le mani cerca di fermare le vertigini: è sull’orlo di un burrone, euforico, si sporge come avesse già le ali — e poi buio: del prezzo da pagare non se n’era parlato.

Bel fardello da portare…

Curiosità… comodità… necessità… Il carosello dei perché gli girava tra i pensieri scoprendo sempre carte diverse.

Si scrolla violentemente. Torna in piedi, scuote la testa rimirando i bagliori dietro agli alberi e si incammina verso casa.
Ogni passo è più corto e lento del precedente.

Frammenti di lui, piantati nella carne, gli sbattono in faccia quello che nessuno specchio potrà mai fare.
La donna della taverna, la sua compagna, gli ostacoli scansati e l’orgoglio piegato.

Si ferma.

La luna arancione illumina l’acqua; si avvicina, si specchia.

La sua immagine trema più di quanto possa essere per la corrente; si studia, cerca le pupille ma non le trova.
Allunga una mano, esita.
Abbassando il capo, dopo un ultimo sospiro, con lo stomaco chiuso torna sui suoi passi… alla taverna.


La porta ancora socchiusa cigola in sottofondo mentre si apre.
La lascia andare alle spalle e fa due passi verso il bancone.

«Ti stavo aspettando. Ti ho fatto lasciare il bicchiere; non l’avevi finito.»
Dice la donna senza voltarsi.

«Voglio sapere.»
Afferma lui con voce risoluta.

«Vieni.»
La donna si alza e, ancora di spalle, si dirige all’angolo più lontano del salone.

Non ci sono tavoli e lo aspetta in piedi, spalle al muro. La raggiunge col fiato corto.
Sono uno di fronte all’altra.

«Solo la data?»
Chiede.

«Anche un indizio.»
Risponde con voce più bassa, nascondendo le pupille dietro alle palpebre.

«Dimmelo.»


Da fuori, un colpo d’ali.

Qualcosa si posa su un ramo; dal vetro osserva la scena:
la donna si avvicina, attimi persi nel vuoto; appoggia delicatamente una mano al suo petto, avvicina la bocca all’orecchio.
Un breve bisbiglio e si allontana, toglie la mano; si cercano per un attimo.

Il volto di lei si distende, l’espressione si schiarisce.

Lui esce, diritto, senza passare dal bancone.
Si passa un dito sul fianco del mento, dice qualcosa: «…acqua…»


Porta un palmo all’albero, tocca la corteccia come aveva fatto poco prima la donna con lui. Rileva le sfumature, i contorni delle parti più secche. I pensieri, nell’abbandonarlo, si sono portati via anche le emozioni. Imbocca la curva che oscura le luci e, guardando a tratti il tutto e il niente, rincasa.


IV.

Il cielo attorno a lui è azzurro con qualche nuvola bianca.
Sta galleggiando in aria; ha un ciuccio di gomma scuro in bocca e un paio di occhialini di pelle. Le guance sono gonfie e i capelli spettinati dal vento.

Nuota a rana ma non si sposta.

Il petto non si gonfia, la pancia è vuota. Non respira, ma non è il corpo a soffrirne.

I movimenti diventano più insistenti; la testa scuote a destra e a sinistra, cerca qualcosa a cui aggrapparsi. Il viso è rosso; i capillari esplodono uno alla volta. Pungono, bruciano.
La nuca preme: una mano la sta tenendo bloccata. Si dimena, spinge, tira… un salto violento nel letto lo riporta alla realtà.

È mattina e la luce illumina la stanza; piove.


Rimane disteso nel letto, supino, le braccia lungo il corpo.
Il respiro di pancia, silenzioso, va a tempo con il picchiettare della pioggia sul davanzale.

L’attenzione è rivolta al soffitto; nella tempera bianca vede scene di lui con la sua compagna. Camminano tenendosi per mano; con le braccia fanno piccoli spostamenti avanti e indietro. Sorridono, si parlano in silenzio.

«Spostati! Vai via di lì!»
L’urlo del passante lo scuote.
Sbuffando alza il busto dal letto. Fuori dalla finestra l’uomo è già sparito; un gatto dal fosso annusa l’aria intorno, miagola.

Si alza definitivamente, va in cucina, rovista nel pensile e prende un contenitore di coccio con delle erbette essiccate, le annusa, annuisce da solo, mette il bollitore sul fuoco.

Va e torna con passo lento dal bagno, mette in infusione due cucchiai di erbette e si siede in attesa che l’infuso sia pronto.

Si sofferma sull’orologio; segue la lancetta dei secondi. La lancetta ha il meccanismo continuo; a ogni secondo che passa strizza gli occhi come se volesse farle fare il tipico scatto dei meccanismi più vecchi. Sistemando meglio la sedia, urta il tavolino facendo cadere il piccolo calendario che ne è al centro. È un calendario tascabile, a base precaria, di cartoncino.

Lo prende in mano, la data è di due mesi prima.
Con cura lo sfoglia, lo porta al mese corrente, osserva per qualche altro secondo l’orologio. Torna sul calendario, va avanti di qualche mese; a mente scorre festività e compleanni, arriva alla fine, poi di nuovo sull’orologio a ipnotizzare le lancette.

Passati i minuti necessari per l’infuso, si alza; con un gesto freddo getta il calendario nel cestino, si veste, esce.


La pioggia della mattina, delicata come una semina, era terminata subito.

La temperatura era stata calda per tutto il giorno; ormai è sera e lui sta rientrando a piedi.

Passa davanti alla bancarella di qualche giorno prima; i profumi lo catturano. Il proprietario ha esposto diversi cibi appena preparati, ancora caldi. Alcuni cestini sono avvolti da uno strato di vapore che anche la brezza fatica a portare via.

L’anno precedente era a un mercatino con la compagna, qualche paese più distante; bancarelle come quella riempivano le strade illuminate da alberi con luci a ogni ramo.

Il calore lo avvolge, la vista si appanna.

«Posso avere quei due di fronte?»
Dice indicando sicuro quelli più fumanti.

Preso il sacchetto, si assicura che sia chiuso bene e con passo svelto rincasa.


Con la carta ancora intatta e tiepida sulla tavola gira per le stanze. Un’occhiata fuori dalle finestre, si assicura un paio di volte di avere chiuso bene la porta, mette in ordine qualche foglietto nell’ingresso accanto alla cassettina delle chiavi.
In cucina allinea tutti i bicchieri della dispensa, sistema le posate nei cassetti, gira su se stesso. Pareggia le coste di alcuni libri sul mobile, tamburella con le dita sul tavolo, si siede.

Prima che il fumo dal sacchetto raggiunga la finestra ne sbrana il contenuto sporcando ovunque. Manda giù l’ultimo boccone che si aggrappa secco alla gola e con uno straccio dà una passata veloce per ripulire. Lo getta di fretta sul ripiano e, senza svestirsi, si butta nel letto.

Non pensa a niente. Non riesce a smettere.


Il soffitto lo guarda; le lenzuola assorbono il suo sudore, le tempie pulsano.
Lo stomaco preme da dentro, cerca di risalire; viene bloccato dalla sua mano che stringe la gola. Un brivido freddo, una breve lotta, un po’ di pace. La stanza non è illuminata; i contorni esitano, ombre marciscono negli angoli. Toglie la mano da sotto al mento, la porta sulla pancia; una fitta al costato e, con la stessa violenza con cui aveva ingerito, rigetta. Il respiro amaro si strozza ma viene sbloccato da un secondo getto ugualmente violento.

Rimane seduto col respiro grosso. L’aria che entra nei polmoni sibila asciugando le gengive intorpidite. Gonfia il petto per qualche secondo, si alza.


Si distende nuovamente; il peso dallo stomaco si è spostato in testa, il soffitto lo richiama. Chiude gli occhi, li riapre, si riaddormenta — il confine tra il mondo reale e il mondo notturno non regge; un ultimo battito di ciglia e la stanza prende colore. La mattina si affaccia senza dare il buongiorno.

È rimasto nella stessa posizione tutta la notte; il corpo è pesante, i muscoli rispondono in ritardo. Cerca di sollevare la schiena e intravede una macchia, in alto.

Si alza in piedi, si avvicina: alcune infiltrazioni disegnano una ragnatela sul soffitto.

In quella zona piove spesso, ma non aveva mai notato delle perdite.

Le scruta, immobile, in silenzio.


Riempie il bollitore, prepara i due cucchiai di erbette essiccate, lo mette sul fuoco.

Fuori una mattina come tutte le altre, con qualche dettaglio in più. Il gatto è acciambellato sul muretto in mattoni di un pozzo; la rugiada che bagna l’aia attorno brilla al variare della sua angolazione. I sassi del sentiero sono particolarmente lisci, troppo. Si avvicina per capire meglio; il paesaggio è sempre più sfumato. Si sporge ancora e con la punta del naso tocca inavvertitamente il vetro, si bagna. Fa un passo indietro — la finestra è tutta appannata. Lei glielo dice sempre: tienila socchiusa quando fai bollire l’acqua.

Ora nei rettangoli offuscati vede lei che disegna con le dita delle forme, scrive dediche.

Toglie il bollitore, versa i due cucchiai per l’infuso, chiude il coperchio.

Ritorna alla finestra ma ormai è tutto evaporato.

Il cuore perde un battito; ha un sussulto. Attraversa la stanza, apre la porta d’ingresso e scende i gradini. Cerca un po’ attorno al bordo della strada; è ancora lì. Si piega sulle ginocchia e raccoglie il ciondolo a forma di gatto. Gli soffia sopra con energia, lo strofina su una gamba e, rientrando, lo rimette nella cassettina delle chiavi. Lo preme delicatamente con un dito.


V.

Il pomeriggio scalda come è solito a quell’ora.

Ha il giorno libero dagli impegni ma non dai pensieri. La sua compagna manca da un paio di giorni ma appare in continuazione. L’amarezza delle discussioni è addolcita dai ricordi che riaffiorano.

Un bambino lancia un sasso per farlo rimbalzare sulla superficie del torrente.
La risata lo fa trasalire; il petto si stringe per qualche attimo.
Con gli occhi segue il sassolino e ne conta i tocchi: uno… due… tre… quattro.
A ogni saltello gli schizzi sono sempre più deboli; rimangono le increspature, piccole onde che si allargano, si appiattiscono, scompaiono.

Torna alla realtà, il bambino è già corso via; poi nota i piedi: è vicino alla riva, fa un salto indietro.
Le mani hanno un tremore; si avvicina barcollando a un tronco scavato a panchina. Si siede.

Per terra una violetta. Sono rare in quel posto; la raccoglie.

L’ultima l’aveva messa tra i suoi capelli.


Spossato dalla veglia, si stende sopra alle lenzuola.

La ragnatela è ancora lì.

Si gira su un fianco.


La luce è debole. Si è svegliato prima del solito.

Il letto è scomodo ma i piedi sono di piombo.

Ancora sdraiato tocca il pavimento con una mano.

Con la testa che pressa nel cuscino, a denti stretti butta le gambe fuori dal bordo.

Strisciando i piedi, passando dal bagno, va in cucina. Il cestino è quasi pieno; lo prende per svuotarlo all’esterno, lo scuote, spunta l’angolo di un cartoncino. Con due dita lo afferra: è il calendario tascabile, ancora pulito. Lo scrolla e lo appoggia sul tavolo.

Rientra col cestino vuoto, lo rimette a posto, prepara il bollitore, si siede.

Riprende il calendarietto in mano, lo porta al mese corrente, lo sistema al centro.

Lei non sa.

Lo riafferra, fissa il numero del giorno odierno.

Neanche lei sapeva.

Lo appoggia.

Il viso disteso, la pace silenziosa, un sigaro spento che non fuma più.

Brevi immagini prendono il posto della sua cucina.

Piega il cartoncino con cura, lo distende a faccia in giù, lo copre con una mano per non vederlo.


L’orologio nella parete a lato si muove silenzioso.

Rivolto verso la porta d’ingresso sorseggia l’infuso intiepidito con le gambe allungate e la seduta scomposta. Col corpo inclinato all’indietro gli cade un po’ di liquido sul pavimento; si solleva per ricomporsi, passa un piede per asciugare col calzino.

Mentre lava la tazza osserva l’esterno. Due ragazzini passano correndo con dei ramoscelli in mano. Dietro di loro due persone più adulte gesticolano, fanno progetti.
Lui li studia: parlano del futuro come se ne fossero padroni. Sono sereni.


Esce di casa.

Nel viale incrocia la coppia che sta tornando indietro. Il suo naso, il profilo, gli ricorda quello della sua compagna. Stanno ancora discutendo; lei parla con tono deciso ma garbato.

Deve essere una donna forte.
Pensa.

Una che regge.
Non più riferito a lei.

Avanza costeggiando il corso d’acqua; calcia un pezzo di legno che finisce a mollo, ma la sua attenzione è sulla gente che passeggia.

Sostiene sguardi, squadra, cammina.


È sera. Si prepara per la notte.

L’infiltrazione è schiarita; la ignora, si stende.


VI.

Il caldo è forte, la brezza rinfresca la pelle.

È seduto sulla panca aspettando lei, che è tornata in paese la mattina; hanno appuntamento proprio lì.

Col palmo della mano lucida il vetrino dell’orologio.

«Non sono in ritardo.»
Dice lei arrivando all’improvviso.

«No.»
Risponde lui, freddo.

Lei si siede accanto.

«Come stai?»

«Bene.»
Facendo un movimento col capo.

Lei appoggia la mano alla sua, che lui tiene sul ginocchio.

«Hai pensato a quello che ti ho detto?»
Dice seria.

«Ho pensato tanto… ad altro.»

«Certo. Siamo sempre allo stesso punto. Il tempo passa e tu non lo vedi neanche scorrere.»

Con voce alterata ritira la mano.

Lui abbassa la testa.
«Non è più come prima.»

Lei incrocia le braccia, prende le distanze. Una lacrima cerca di sfuggire ma lei stringe gli occhi.

«Se qualcosa è cambiato, significa che per lo meno ci stiamo muovendo.»
Sussurra.

«Hai stima di me?»

«Ovviamente.»

«Se tu potessi sapere quando…»
Dice girandosi verso di lei.

«Di cosa stai parlando?»
Risponde corrugando la fronte.

«Quando finirà.»

Lei si alza come per andarsene, si volta verso di lui.

«Ci rivediamo stasera?»
Chiede.

«Sì, ma non qui. Ti porto dove l’ho saputo.»


VII.

Il tramonto è passato da poco; il cielo è limpido, le stelle ben definite.
La temperatura permette vestiti leggeri; l’aria è umida ma non bagna la pelle.

Lui la precede di un passo, si ferma davanti all’albero subito dopo la curva, l’attende.

«È qui.»
Dice indicando l’ingresso.

«Non ci sono mai stata, ma ne ho sentito parlare.»
Risponde incuriosita dalle fiaccole.

L’accompagna alla porta, gliel’apre; entra lei e subito dopo lui.

Il locale è vuoto, è ancora presto; il proprietario è dietro al bancone, di spalle.

«Sediamoci là.»
La invita a seguirlo al tavolo in angolo, vicino alla vetrata.

Si accomodano. Lei passa in rassegna il tavolino, le sedie, lui.

L’uomo dei boccali si gira; li attende con un sopracciglio alzato. Lui risponde negativamente, scuotendo appena il capo senza farsi vedere da lei.

«Ti ascolto.»
Preme lei.

«Non hai cambiato idea?»
Chiede.

«Ho bisogno di te.»

Lui raddrizza la schiena; col palmo delle mani si preme le ginocchia, inala, trattiene…

«Spostiamoci.»

Si alza; lei lo segue prima con lo sguardo, poi lo raggiunge. Vanno all’angolo della parete opposta, lontano dalle finestre. Sono in piedi, uno di fronte all’altro, vicini da sentire il calore dei respiri.

«Risolverà?»
Domanda fissandolo.

«Chiarirà.»


Dal ramo, due occhi color della taverna, scrutano all’interno.

Lui si avvicina; lei si sporge verso le sue labbra, lui si sposta portandogliele all’orecchio. Due sussurri.


Riprendono un po’ di distanza.

Lui le toglie la mano dal viso e se la porta un attimo tra i capelli con un lungo sospiro.

Lei è impassibile; vaga da un angolo all’altro del volto, si ferma sul pavimento, ritorna su di lui.

«…»

«…»

Lei annuisce appena, si allontana di qualche passo, si volta, esce.

Lui la sbircia: ha raggiunto l’albero. È dissolta dietro la curva.

Si avvia.


Il tempo, come l’acqua dietro alla taverna, scorre.
L’arrivo dell’inverno ha portato la brina.
Le grandi fiaccole scaldano le notti.


La sera nera vive della luce del fuoco.

L’albero, ormai spoglio, continua a ospitare gufi e scoiattoli.

Lui è fuori, sul lato, in piedi sulla riva del torrente. Le braccia lungo i fianchi, la testa appena inclinata in avanti.
Il suo sguardo è fisso al centro, dove uno spuntone di roccia separa il corso dell’acqua. I piccoli schizzi si perdono nella penombra.
La sua mente è vuota; prova ad ascoltare dentro di sé. Silenzio.

Un buio che neanche le fiaccole riescono a illuminare.


Da un ramo si vede dentro.

A un tavolo sotto la vetrata due persone in carne bevono birra scura mentre parlano, vivaci.

Dietro al bancone un uomo asciuga dei boccali con uno straccio.

A un lato una donna di schiena legge dei foglietti, fuma un sigaro.

Stringe un colbacco tra le mani.